Mostra di Enrico Bertozzi in Palazzo Rocca “Gli odori, dovete imparare a sentire gli odori. Viaggiare, perché più che disegnare dovete vivere i luoghi, i momenti, le sensazioni e imparare a raccontarli.” Questo era Enrico Bertozzi, un autore prima che un illustratore, perché aveva tante storie da narrare e un uomo, prima che un insegnante e fondatore della Scuola Chiavarese del Fumetto, perché sapeva ascoltare e capire le persone. Questa esposizione vuole offrire l’opportunità di conoscere non solo un artista che ha contribuito a divulgare la cultura equestre di tanti paesi del mondo all’interno del nostro territorio e a livello nazionale attraverso la divulgazione giornalistica con le sue illustrazioni, ma anche e soprattutto la personalità dietro alle opere, i sogni e le aspirazioni che hanno portato alla creazione di esse. Enrico Bertozzi nasce a Noceto (PR) il 19 aprile 1954 sul tavolo della cucina della corte in cui viveva la sua famiglia, come amava ricordare. Degli anni trascorsi in campagna ha portato con sè tutta la vita la passione per la natura e gli animali, la semplicità e la schiettezza delle abitudini contadine e la ricerca costante di spazi e silenzi; non sopportava i limiti “sociali” e i confini imposti da territori ristretti.Per questo ha sempre cercato terre lontane, che ha trovato ben presto, poco più che ventenne, nelle vastità delle pianure argentine, presso cui si era traferito per circa un anno a lavorare in una estancia come vaquero, partendo, come sovente ripeteva, con appena 200 dollari in tasca e una grande volontà di sfidare l’ignoto.L’erba che accarezzava gli zoccoli dei suoi cavalli e il sole che scottava quella pelle che, molti anni più tardi, gli si è incisa con un ricamo di rughe, i suoi sentieri di guerra, come lui li definiva, sono stati i suoi tratti distintivi che ritroviamo nell’estetica di molti soggetti qui esposti. La sensibilità del tratto, istintivo nell’imprimere forza espressiva nei volti e nei gesti dei cowboy eppur preciso nel delineare la perfezione anatomica dei cavalli, determina la varietà realistica e suggestiva dei luoghi, rende vivida l’atmosfera attraverso un sapiente uso del bianco e nero, ombre e luci sul pelo lucente nonché esplosioni di acquarello che cattura la sintesi delicata delle sfumature nelle foglie, nel fango e nelle rocce. Ci troviamo affianco ai custodi di queste tradizioni a percorrere sentieri infiniti che esistono da sempre e per sempre esisteranno, con uomini di cavalli che conducono una vita dura e solitaria, lontana da tutto e da tutti, distante specialmente da un mondo fatto di superfluo e fortemente antropizzato, una vita in cui l’essenziale è comprendere il linguaggio delle stelle nelle notti trascorse all’addiaccio durante la transumanza del bestiame e in cui l’importante è potersi fidare del proprio cavallo, compagno di lavoro e di momenti condivisi.Gesti posati, decisi e accennati, mani che sfiorano finimenti di cuoio di cui possiamo percepire il grezzo spessore, l’odore delle selle ingrassate, le coperte di lana sottosella impregnate del sudore dei cavalli, il fumo di ferri incandescenti durante la marchiatura dei bovini, la svelta sinuosità di un lazo che volteggia nell’aria, la potenza di braccia esperte impegnate nella ferratura.L’eterna ricerca di equilibrio tra uomo e animale trova la sua massima realizzazione in questa fetta di mondo, il West, che ha fatto epoca e suscitato curiosità nell’immaginario di intere generazioni e culture, in ambito cinematografico e nei fumetti soprattutto, ma che non è poi così diverso rispetto ad alcuni angoli del pianeta dove la vita “western” non è per nulla scomparsa: qui troviamo Enrico. VAI AL PROGRAMMA